8) Hobbes. Lo stato di natura.
Secondo Hobbes gli uomini per natura sono uguali nelle facolt
fisiche e mentali e negli scopi che si propongono.
Th. Hobbes, Leviatano, primo, capitolo tredicesimo (pagine 160-
161).

La natura ha fatto gli uomini cos eguali nelle facolt del corpo
e della mente, che sebbene si trovi a volte un uomo manifestamente
pi forte nel corpo e pi acuto di mente, di un altro, tuttavia
considerando tutte le facolt nell'insieme la differenza fra un
uomo e un altro non  cos grande che in base ad essa uno possa
pretendere qualche beneficio al quale un altro non possa
pretendere come lui. Infatti per quanto riguarda la forza del
corpo, il pi debole ha sempre abbastanza forza per potere
uccidere il pi forte, o attraverso un'azione nascosta, o unendosi
con altri che si trovano nello stesso pericolo nel quale si trova
lui.
Per quanto riguarda la facolt della mente, prescindendo dalle
arti fondate sulle parole, e specialmente da quella abilit nel
saper procedere da regole generali e infallibili, abilit che 
chiamata scienza, che pochi posseggono e solo riguardo a poche
cose, non essendo una facolt innata, n, come la prudenza,
acquisita mentre ci si occupa di altre cose, io trovo una
eguaglianza fra gli uomini ancora pi grande di quella che c'
rispetto alla forza. Infatti la prudenza non  altro che
esperienza, la quale un eguale periodo di tempo distribusce in
maniera eguale fra gli uomini in quelle cose alle quali essi si
applicano nella stessa maniera. Ci che pu rendere forse
incredibile la detta eguaglianza  solo il vano concetto che
ognuno ha della propria saggezza che quasi tutti gli uomini
ritengono di possedere in un grado maggiore degli individui
volgari, cio di tutti gli altri uomini meno loro stessi e alcuni
altri che essi apprezzano o per la loro fama o perch la pensano
come loro. Poich  tale la natura degli uomini che quantunque
riconoscano che altri uomini siano pi arguti, pi eloquenti o pi
istruiti di loro, tuttavia difficilmente crederanno che ci siano
uomini saggi come loro, e ci in quanto essi conoscono la propria
intelligenza da vicino e quella degli altri da lontano. Ma questo
dimostra che gli uomini sono a questo riguardo eguali, piuttosto
che dimostrare il contrario, poich non c' segno pi manifesto
della eguale distribuzione di una cosa del fatto che ognuno sia
contento della parte che gli  toccata.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagina 455.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Capitolo Sette.
9) Hobbes. Bellum omnium contra omnes.
Se tutti vogliono le stesse cose, a cominciare dalla propria
conservazione, ne deriva che  tutti tendono alla loro sicurezza e
di conseguenza vogliono sottomettere gli altri. La conclusione di
questa situazione  la competizione, la diffidenza, il desiderio
di gloria, il bellum omnium contra omnes.
Th. Hobbes, Leviatano, primo, capitolo tredicesimo (pagina 161).

Da questa eguaglianza nelle capacit deriva l'eguaglianza riguardo
alla speranza di poter raggiungere i nostri scopi. E per
conseguenza se due uomini desiderano una stessa cosa che d'altra
parte non possono godere insieme essi diventano nemici; e per
ottenere il loro scopo, che consiste principalmente nella propria
conservazione, e molte volte la ricerca soltanto del proprio
piacere, ognuno dei due tenta di sopprimere o di sottomettere
l'altro. Per questo avviene che mentre un invasore non ha da
temere altro che il solo potere di un altro uomo, se uno pianta,
semina, costruisce, o possiede un'abitazione confortevole, 
possibile che altri vengano organizzati con forze unite per
spoderarlo e privarlo non soltanto del frutto del suo lavoro ma
anche della vita, o della libert. E l'invasore a sua volta 
nella stessa condizione di pericolo di un altro.
A causa di questa diffidenza reciproca ogni uomo non ha un modo
per mettersi al sicuro cos indicato come il prevenire ogni danno,
il che vuol dire sottomettere, o con la forza o con l'astuzia,
tutte le persone che pu sottomettere, fino a che egli vede che
non esiste un potere abbastanza grande da poterlo danneggiare: e
questo  non pi di quello che la necessit della sua
conservazione esige, ed  generalmente ammesso. Inoltre poich ci
sono alcuni i quali prendono gusto a contemplare i loro atti di
conquista, che essi spingono al di l di quanto richiede la loro
sicurezza, se altri i quali invece si considerano soddisfatti di
mantenersi entro i loro modesti confini, non accrescono con
l'invasione il loro potere, essi non saranno in condizione di
sopravvivere a lungo mantenendosi soltanto in una posizione
difensiva. Per conseguenza, un simile aumento del dominio sugli
altri essendo necessario per la conservazione dell'uomo, gli si
deve riconoscere il diritto ad esso.
Inoltre gli uomini non hanno alcun piacere, anzi  per loro
ragione di grande disagio vivere in una comunit dove non ci sia
un potere capace di tenere tutti in soggezione. Infatti ogni uomo
vuole che il suo simile lo valuti con lo stesso criterio col quale
si valuta lui stesso, e davanti a tutti i segni di disprezzo, o di
sottovalutazione tenta naturalmente, fin dove pu osare (il che
fra coloro che non hanno un potere comune capace di mantenerli in
pace  abbastanza per fare che essi si distruggano a vicenda) di
estorcere da colui che lo disprezza una pi grande stima, per
mezzo della vendetta; e da parte degli altri con l'esempio che ha
dato.
Cosicch nella natura dell'uomo si trovano tre principali cause di
lotta: primo la competizione, secondo la diffidenza, terzo il
desiderio di gloria. La prima spinge gli uomini a lottare per il
vantaggio, la seconda per la sicurezza, la terza per la
reputazione. La prima spinge gli uomini ad usare violenza per
diventare padroni degli altri uomini, delle loro donne, dei loro
figli, del bestiame; la seconda consiste nell'uso della violenza
come mezzo di difesa; la terza per delle ragioni futili, come una
parola, un sorriso, un'opinione diversa, o qualche altro segno di
disistima, o indirizzato alle loro persone, o in modo indiretto
attraverso il disprezzo indirizzato ai loro parenti, ai loro
amici, alla loro nazione, alla loro professione, o al loro nome.
Da ci appare manifesto che durante il tempo nel quale gli uomini
vivono senza un potere comune capace di tenerli tutti in
soggezione essi vivono in quella condizione che  chiamata guerra:
e si tratta di una guerra di ognuno contro ogni altro uomo. Poich
la guerra non consiste soltanto nella battaglia o nel fatto di
combattere, ma in tutto quel periodo di tempo durante il quale la
volont di combattere sia sufficientemente nota; perci la nozione
del tempo deve essere considerata nella natura della guerra cos
come essa  considerata nella natura delle condizioni
atmosferiche. Infatti come la natura del cattivo tempo non
consiste in una o due scariche di pioggia ma in una tendenza a
piovere per diversi giorni consecutivi, cos la natura della
guerra non consiste in un combattimento in atto ma in una nota
disposizione a combattere durante tutto il tempo nel quale non c'
sicurezza del contrario. Tutto l'altro tempo  pace. Per questo
tutto ci che  conseguenza dello stato di guerra nel quale ogni
uomo  nemico di ogni altro uomo  anche conseguenza della
condizione nella quale gli uomini vivono senza altra sicurezza che
quella che la loro stessa forza e la loro stessa abilit sono in
grado di procurargli.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 455-457.
